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Remote Working: quando la rivoluzione digitale si fa da casa

Remote Working: quando la rivoluzione digitale si fa da casa

Ma prima…perché Remote Working non è Smart Working.

Da tempo bussava alle porte del mondo produttivo e istituzionale, ormai è una tendenza irreversibile. Restare a casa ad ogni costo è la spinta collettiva che costringe anche i più resistenti alle tecnologie a improvvisare un’accelerazione nella direzione della digitalizzazione dei flussi di lavoro, dell’organizzazione e della produzione di beni e servizi.

La parola d’ordine del cambiamento è l’utente. Tutto ruota attorno alla personalizzazione dei suoi bisogni, al pieno accesso ad una realtà sociale vieppiù espansa, liquida (evocando Bauman) fatta di identità smart; una realtà social che decide, senza saperlo, le basi e le altezze di un business che, per apparire più familiare, si fa chiamare smart.
In una post-modernità che ci vuole indipendenti e atomizzati, lo spazio geografico e le relazioni si riscrivono in modelli di organizzazione e produzione senza confini, eterei, digitali.

Smart working non è lavorare da casa

Il legislatore nazionale, ancor prima dell’emergenza Covid-19, traduce smart working con lavoro agile e li usa indiscriminatamente. La ratio, mossa dalla ricerca di nuove forme di flessibilità e conciliabilità tra lavoro e vita privata, ha dato vita a un nuovo rapporto contrattuale per i lavoratori subordinati. Si realizza un incremento di produttività e competitività in cambio di maggiore autonomia nella gestione dell’orario di lavoro, attraverso l’utilizzo di strumenti e tecnologie sia all’interno che all’esterno dell’azienda. Già a partire dal 2017, aziende come Enel o Barilla ne traggono beneficio, permettendo ad alcuni dipendenti di svolgere parte delle loro giornate da “remoto”; così come, da tempo è principio di organizzazione di molte Startup che desiderano ridurre spese fisse di gestione del personale, affitto o utenze per i locali.
La flessibilità che diventa agile non è più opzionale: nuovi modelli di produttività sono richiesti dal mondo che cambia e lotta per sopravvivere, una crisi dopo l’altra.

Remote Working: quando la rivoluzione digitale si fa da casa
Credit to Allie Smith

Smart working è trasformazione tecnologica

Remote Working: quando la rivoluzione digitale si fa da casa
Credit to Photo by Franck V. on Unsplash

Mondo produttivo e mercato del lavoro stanno assumendo nuovi volti, processi e strumenti legati ad automatismi di intelligenza artificiale, machine learning e digital transformation che solo trasversalmente si incrociano con il remote working. Di fatto, influenza più lo spazio fisico in cui si muove che un’ambizione necessaria alla rivoluzione tecno-centrica. Smart invece, è un nuovo modo di approcciarsi alla soluzione di problemi del modo di produzione e il lavoratore può trovarsi sia al suo interno che all’esterno. Smart Working attiene più all’intelligenza di fabbrica, a sistemi, strutture e produzioni; un nuovo posizionamento nei confronti del mercato e dei consumatori. In altri termini smart working è un contenitore di trasformazione tecnologica e lavorare da remoto, un’attitudine o anche uno stile di vita (per alcuni aspetti) che ne rappresenta solo una sfaccettatura.

Ha a che vedere con tecnologie che impattano in maniera differente a seconda del settore che investe: implica costi, investimenti e nuove competenze, protocolli operativi ben diversi dal semplice remote. Permette di controllare interi impianti da un dispositivo mobile, di mappare i gusti e le scelte di utenti o consumatori e restituire perfette corrispondenze di prodotti o preferenze politiche:

  • Innovazione tecnologica di produzione, logistica e approvvigionamento
  • Intelligenza Artificiale
  • Robotica
  • Machine learning e automazione dei processi
  • Big data e profilazione utenti
  • tecnologie cloud based
  • bio e nanotecnologie

Lavorare da remoto funziona: le aziende first remotely

C’è tutto un mondo là fuori che ignoriamo fatto di remote workers, nomadi digitali e virtual companies, coraggiosi del cambiamento che già da tempo hanno avuto le capacità di sfruttare astutamente i benefici della quarta rivoluzione industriale, quella digitale. In Italia Il Rapporto sugli smart workers dell’Osservatorio del Politecnico di Milano riporta che attualmente sono circa 570 mila. Nel farlo non manca di elencare modalità, spazi di lavoro e dotazione tecnologica necessaria, i rischi e le criticità che si nascondono in uno stile di vita finora estraneo a molti. Negli Stati Uniti sono circa 4,7 milioni (e li chiamano remote workers).

Remote Working: quando la rivoluzione digitale si fa da casa
Fonte Flexjobs

I remote workers si occupano di

  • IT
  • Sviluppo software e App
  • Assistenza clienti
  • Copywriting e blogging
  • Design e project management
  • Graphic design e illustrazione
  • Social Media Management
  • Sondaggi
  • Traduzioni
  • Analisi di dati
  • ma anche arte, musica e mille altri mondi possibili

Essere un’azienda senza alcuno spazio fisico non solo è già realtà ma funziona. Numerose sono le compagnie virtuali o distribuited companies, come le chiamano in gergo, attualmente operanti (Forbes – top 100), ogni giorno pubblicano offerte di lavoro, consentono a chiunque, in qualsiasi parte del mondo di ambire a diventare uno dei loro dipendenti. E numerose sono le recensioni e i risultati sulla qualità della vita o i rendimenti di produttività a dimostrazione che è possibile lavorare e dirigere un’intera attività senza che vi sia un edificio da chiamare “ufficio”.

  • InVision è una di queste. Startup di software e piattaforma di progettazione di prodotti digitali, vanta più di 700 dipendenti e nessuna sede fisica. Su Glassdor centinaia sono le recensioni di dipendenti ed ex dipendenti che si dicono soddisfatti. Al top dei servizi offerti vi sono tra l’altro risorse educative per i team per comunicare in ogni fase dei progetti, dall’ideazione allo sviluppo.
  • Modern tribe è tra le migliori aziende di software e design in cui lavorare secondo le statistiche. Harvard Law School, MTV e Ebay sono solo alcuni dei loro clienti.
  • GitHub uno degli hosting provider per progetti di software più noti al mondo.
  • Close.io nata nel 2013, crea CRM di vendita interni per startup e PMI.
  • Bending Spoons primo sviluppatore iOS in Italia, più di 200 milioni di download e 300 mila nuovi utenti al giorno (solo il 2% dei ricavi generati nel nostro Paese) premiato nel 2018 miglior ambiente di lavoro che, tra zone relax, postazioni libere e aree gioco, fa del remote worker la regola e dell’organizzazione del team, la colonna portante.
  • Automattic nata nel 2005 e nota per prodotti come WordPress e Woocommerce tra i più utilizzati in tutto il mondo ha più di 850 impiegati in 68 paesi.
  • Tasha Prados è invece una delle tantissime nomadi digitali che in soli quattro mesi ha costruito la sua agenzia di marketing facendo quello che le piace: viaggiare e guadagnare più di prima in un contesto aziendale.

Lavorare con successo da casa è un’abilità, proprio come programmare, progettare o scrivere. Ci vuole tempo e impegno per sviluppare tale abilità, e la tradizionale cultura dell’ufficio non ci permette di farlo.

Alex Turnbull

First remotely: un nuovo mindset aziendale

In termini economici il risparmio è più che evidente. Produce benefici anche in termini di salvaguardia dell’ambiente: muta il concetto di mobilità e pendolarità e la rende una variabile ragionevolmente preferibile. Dotarsi di una strategia aziendale first remotely permette una riduzione dei costi e un’aumento della produttività. Ma ora, non si tratta solo di continuare a resistere alle intemperie, quanto contribuire a ridisegnare assieme, un cambiamento che il settore tecnologico è in grado di fornire già da tempo.
Non ci si può improvvisare lavoratori da remoto né datori di lavoro virtuali senza un cambio radicale di cultura digitale di impresa. Per compiere bene il salto è necessario rivedere l’intero mindset (ipotesi, metodo, scelta degli obiettivi e valutazione dei risultati) e sfruttare appieno tutte le potenzialità: dotarsi di un capitale umano fatto di conoscenze specializzate, standard comunicativi efficienti, poiché alla base c’è sempre e comunque il “saper lavorare e gestire un team di personalità e competenze composite” provenienti da tutto il globo terrestre, in cui la diversità culturale rischia di rappresentare un costo che le aziende devono essere in grado di sostenere.
Remote Working vuol dire anche svolgere la giusta quantità di riunioni; conference call che non abbiano il sapore di mal interpretati insegnamenti sulla costruzione dello spirito del team, esse servono sì da collante ma in realtà, in questa mutata organizzazione aziendale, gli obiettivi devono coincidere con i progetti, con il loro coordinamento attraverso puntuali e precisi step che integrano fasi e persone, ottimizzando tempi e risorse. La responsabilizzazione dell’attività del personale deve passare prima da una nuova valutazione delle performance pensando più in termini di obiettivi e risultati che in quelli della logica del cartellino o delle presenza.

Per un dipendente vuol dire maggiore autonomia, più tempo da dedicare alla propria sfera privata ma è anche un’opportunità per continuare a crescere. In quest’ottica, il nomadismo digitale, che ne è la sua diretta evoluzione, porta con sé una caratteristica fondamentale cui ambire. In questo più consapevole e mutato stile di vita per rendersi appetibile sul mercato mutevole e instabile, l’unica soluzione è non permettere al cambiamento di scavalcarci e continuare a imparare, sempre; verticalizzare sulle proprie competenze e rendersi indispensabili.

Se l’argomento ti ha coinvolto a tal punto da volerne sapere di più su come diventare un nomade digitale o per svolgere al meglio il tuo remote working forse ti interesseranno questi siti web:

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Copywriter e SMM presso AppsOnRails

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